Perché il neonato ha ancora bisogno della mamma

A cura della psicologa Dott.ssa Antonella Sagone

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Tempo di lettura 14 min

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Una volta che il bambino è nato, spesso nonni e parentiaspettano con impazienza il momento in cui il bebè verrà affidato alle lorocure e “lasciato” per un po’ di tempo con loro. Ma è frequente che il bambinovoglia solo la sua mamma per molti mesi, allarmandosi o piangendo quando vienelasciato a qualcun altro, anche qualcuno che conosce bene, specialmente se lamamma si assenta. Ecco che allora spesso la mamma viene accusata di non averlo“abituato” a separarsi da lei e a “socializzare” con gli altri… ma è propriouna questione di abitudine?

 

Il punto è che la disponibilità dei bambini a stare o no conpersone diverse dalla mamma e dal papà non dipende dall’abitudine, ma dallefasi della sua maturazione affettiva. Tutti i bambini nascono pronti a legarsialla persona che l’accoglierà fra le sue braccia, li nutrirà e si prenderà curadi loro: generalmente la mamma. La mamma è intensamente legata al bambino inuna unità biologica, non solo quindi perché si trova lì e resta con lui neiprimi mesi. C’è l’odore, il ritmo del cuore, il modo di parlare e di muoversi,tutte cose che il bambino ha già appreso in utero, e che gli fanno riconoscerela mamma come una persona “speciale”.



Non bisogna poi pensare che dato che il bebè è fuori della pancia e il cordoneè stato tagliato, sia in grado di mantenere il suo benessere psicofisico senzauna costante presenza dell’adulto. Un puledrino si mette in piedi pochi minutidopo la nascita, e una scimmietta è in grado di aggrapparsi sotto il ventrematerno e farsi trasportare, trovando da sé il seno e poppando mentre la mammasalta da un ramo all’altro. Non così i neonati umani che, in confronto ad altrespecie di mammiferi, nascono molto presto rispetto alla loro maturazionefisica: questo perché il loro cervello, più grande di quello degli altrimammiferi, fa sì che la loro testa sarebbe troppo grossa per poter passare ilcanale di parto quando il feto è completamente sviluppato. Così a nove mesi ilneonato umano nasce ma è così immaturo da aver bisogno non solo di accudimentototale, ma anche di un contatto fisico continuo per poter stare bene e alsicuro. Questo concetto viene chiamato “esogestazione”: è come se la secondametà della gravidanza, altri nove mesi, negli umani avvenisse fuori dall’utero,ma ancora a stretto contatto con la mamma, un po’ come il piccolo canguro chedopo essere nato passa molti mesi ancora al sicuro dentro il marsupio materno.

Verso l’ottavo-nono mese infatti avviene una fase ben nota agli studiosi dellaprimissima infanzia, che si chiama fase della “angoscia dell’estraneo” o crisidell’ottavo mese. In questa fase i bambini diventano più acutamente consapevolidella presenza o assenza della mamma e si angosciano molto più facilmente diprima quando lei si allontana da loro. La reazione di angoscia è ancora piùintensa se, quando il bambino viene lasciato solo, c’è un altro adulto estraneonella stanza.

Tutto questo non deve essere considerato come un segno dirifiuto dell’altra persona, né come la conseguenza di una mancata abitudineagli altri: anche i bambini “abituati” ad altre braccia passano questa fase incui sono particolarmente sensibili alle separazioni.

Come accade spesso riguardo alle tappe di sviluppo dei bambini, non c’è nulladi speciale che gli adulti debbano fare per aiutare il bambino a maturare. Ognifase ha i suoi tempi, e questa “seconda nascita” avverrà comunque da sé via viache il bambino consoliderà la sua base affettiva, grazie alla presenzaamorevole dei genitori e degli altri adulti che si prendono cura di lui.



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