Il pianto è una cattiva abitudine?

A cura della psicologa Dott.ssa Antonella Sagone

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Tempo di lettura 14 min

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Quando un bambino piange, suscita nelle persone intorno alui sentimenti intensi. L’istinto è di correre subito e prenderlo in braccio,consolarlo, fare qualsiasi cosa perché smetta.

Ma ecco che spesso i genitori si sentono dire, o leggono,che questo comportamento sarebbe sbagliato, e anzi creerebbe gravi dannipsicologici al bambino. Secondo queste teorie, se il bambino piange e vieneaccontentato, lo si incoraggia a piangere ancora perché si insegna che ilpianto “funziona” ed è un mezzo per ottenere ciò che si vuole. Insomma secondotale ipotesi, piangere sarebbe un comportamento strategico messo in atto dalbambino allo scopo di ottenere il controllo degli adulti e far fare loro ciòche lui vuole…

 

Ma… un momento, fermi tutti. Siamo proprio sicuri che unneonato di pochi mesi, o un bambino di pochi anni, siano così potenti? unadulto può sopravvivere senza bambini; un bambino non può sopravvivere senzaadulti amorevoli che si prendono cura di lui. Non ha l’abilità per fare da sé,per procurarsi il cibo, nutrirsi, curarsi se sta male, assicurarsi un riparo.Non può nemmeno prendersi emotivamente cura di se stesso, consolarsi da solo omantenere il controllo delle proprie emozioni, che sono intense e travolgenti. Unbambino non conosce il mondo, e molto di ciò che succede intorno a lui gli èincomprensibile senza un adulto che gli spieghi le cose.

E allora, chi controlla chi? Ed è davvero una questione dicontrollo, o stiamo solamente trasferendo su un bambino piccolo e fragile imodi di ragionare e di agire che purtroppo sono prevalenti nella nostra tristesocietà egocentrica?

 

Proviamo a vedere le cose da un punto di vista differente.Diamo per scontato che il bambino non ha alcun piano o strategia, non agiscecon lo scopo di aumentare il suo potere sugli altri, anzi si sente spessoimpotente e smarrito, specie quando piange!

Per quanto riguarda il pianto, infatti, bisogna considerareche questo non è un comportamento a sé, ma il segnale di un disagio e di unbisogno che va compreso, una richiesta di aiuto rivolta dal bambino, che non saspiegarsi, ai suoi genitori.

In quanto segnale, il pianto è un alleato dei genitori, perchéli aiuta a capire quando c’è qualcosa che non va e a intervenire prontamente insoccorso del loro bimbo in difficoltà.

Rispondere prontamente al pianto insegnerà al bambino chepiangere è un sistema che funziona? In un certo senso la risposta è sì: ilpianto infatti è un sistema comunicativo molto efficiente, una sirenad’allarme, e quindi se funziona questo è un successo evolutivo, che ha permessoalla nostra specie di sopravvivere e ai nostri cuccioli di restare vivi! Ma inun altro senso, rispondere al pianto non “insegna” nulla al bambino che già luinon “sappia”. Infatti piangere non è in’invenzione del bambino ma una reazioneistintiva, così come per il genitore è istintivo accorrere; e quando ciòfunziona, tutto va secondo i piani previsti dalla natura. Piuttosto è il NONrispondere al pianto che insegna qualcosa al bambino: a non fidarsi della suacapacità di segnalare i bisogni, a non credere più nel ruolo salvifico deigenitori, a rassegnarsi. Questo, quando avviene, non è un successo, nédell’evoluzione, né dell’educazione.

Non si vizia un bambino dando ascolto ai suoi bisogni econsolandolo quando, ad esempio, piange di notte, prendendolo in braccio,abbracciandolo o dandogli il seno, il ciuccio o il biberon. Coccolarlo,prenderlo in braccio, provare magari ad allattarlo, fargli un bagno caldo,cantargli, cullarlo, è semplicemente la risposta appropriata al momento giusto.E’ molto importante che l’adulto sia con il bambino quando sta male o èagitato, così come quando sta bene. Lo aiuta a superare i momenti “no” e atrovare più rapidamente un suo equilibrio, e a ripristinare più in fretta laserenità in famiglia.