Terzo trimestre di gravidanza: come cresce il feto

A cura del fisiatra Dott. Paoloni

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Tempo di lettura 9 min

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Nell’ultimo trimestre di gravidanza, il feto è impegnato principalmente a completare la maturazione degli organi e a perfezionare le loro funzionalità, così da renderli adatti alla vita extrauterina. 



Nel corso del settimo mese il bambino supera il chilo di peso. Grazie al grasso sottocutaneo che comincia ad accumulare e che gli fa perdere anche l’aspetto grinzoso. Muscoli e ossa si rafforzano, i polmoni completano il loro sviluppo e compaiono gli alveoli, consentendo al bambino di poter respirare una volta nato. 



Prima dell’ottavo mese, il peso cresce rapidamente, sempre grazie al grasso che si va a depositare sottopelle. Con l’aumento delle dimensioni del bambino diminuisce anche la quantità di liquido amniotico che lo circonda. Nonostante abbia meno spazio a disposizione, continua a muoversi molto. Alterna fasi di sonno a fasi di veglia; alcuni studi hanno dimostrato che è già in grado di sognare. Gira la testa, gioca con le manine, apre e chiude gli occhi. A questi movimenti, si aggiunge anche il singhiozzo. 



Se il bambino nascesse entro la trentasettesima settimana, verrebbe considerato pretermine tardivo, anche se è in grado di respirare senza assistenza medica. Dalla trentottesima in poi invece, il bambino viene considerato a termine: oramai è pronto per affrontare la vita fuori dalla pancia della sua mamma, intanto continua crescere in peso e lunghezza arrivando a pesare in media, alla quarantesima settimana circa 3,500 kg per 50 cm di lunghezza. La vernice caseosa si è quasi completamente staccata, anche se molti bambini ne presentano ancora tracce una volta nati. Le ossa della testa non sono ancora unite per consentirle di adattarsi alle dimensioni del canale del parto e offrire così meno resistenza possibile. Per questo, una volta nato, se tocchiamo la testa del bambino troveremo delle zone più morbide chiamate “fontanelle”. 



Posizione cefalica o posizione podalica



Prima dell’ottavo mese, molti bambini si posizionano con la testa in giù, la cosiddetta “posizione cefalica”. Ma anche se dovessero essere ancora podalici, è possibile che possano girarsi più avanti. Nella posizione cefalica il feto ha le gambe in alto e la testa in basso. È la posizione ideale per partorire naturalmente. Questo perché la prima a uscire durante il parto sarà la testa, che è la parte del corpo con una circonferenza maggiore. Una volta che la dilatazione lo consente e il feto è pronto a uscire, la testa farà strada a tutto il resto del corpo del neonato. 



Se il feto non dovesse mettersi in questa posizione parliamo di posizione podalica. Il feto ha la testa rivolta verso l’alto e i piedi verso il basso. In questa posizione il parto naturale risulta essere più complicato e più rischioso, per questo spesso viene praticato il parto cesareo. Ma prima però si proverà a farlo girare. 



Si può provare con la manipolazione esterna dell’addome, una manovra che si fa in ospedale e consiste in una vera e propria manipolazione effettuata sulla pancia della futura mamma. Si mettono le mani in corrispondenza dei piedi e della testa del feto spingendolo a compiere una capriola. Durante la manovra viene somministrato alla mamma un farmaco che blocca la comparsa di eventuali contrazioni (visto che l’utero nelle ultime settimane è particolarmente sensibile). Questa manovra a volte funziona e a volte no. Importante però ricordare che può e deve essere fatta solo da esperti

Un altro tentativo, anche se meno diffuso è la Moxaterapia. Si fa attraverso l’uso di un bastoncino di artemisia, la moxa. Questo bastoncino viene bruciato e si avvicina ai lati dei due mignoli del piede. Ovviamente si avvicina senza metterlo a contatto con la pelle. Questa emanazione di calore in punti specifici, permette spesso di far girare il feto.  Anche per questa pratica non si possono scegliere dilettanti, solo esperti.



Ritardo nella crescita fetale: quando bisogna preoccuparsi? 



Nel corso della gravidanza si sentirà spesso parlare di “percentile”, un dato statistico che permette di individuare un eventuale ritardo nella crescita fetale. Se dalle misurazioni effettuate emerge che ad esempio la circonferenza addominale è inferiore al decimo percentile, si stabilito che c’è un ritardo nello sviluppo del feto. Questo potrebbe significare che c’è un effettivo ritardo oppure che il feto è semplicemente più piccolo ma che sta bene. 



Come si fa a stabilirlo? Monitorando crescita, vasi ombelicali, arteria cerebrale fetale e liquido amniotico. Non bisogna preoccuparsi prima ancora di aver accertato che ci sia un ritardo nella crescita fetale e che non dipende dal fatto che il feto sia più minuto di altri. Solo gli esami clinici possono confermarlo. E se viene confermato bisogna cercare di capire che cosa c’è alla base di questo ritardo. 



Si parte con l’esclusione di patologie della mamma: ipertensione, preeclampsia o insufficienza placentare. Ma si procede anche con il verificare l’eventuale presenza di malformazioni del fetoalterazioni cromosomiche o particolari infezioni. Di fronte a un accertato ritardo della crescita nel feto l’unica cosa da fare è affidarsi alla cura di mani esperte. Il ginecologo può eventualmente consigliare un centro specializzato.