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Cinque cose che (forse) non sai sull’appetito dei bambini

A cura del pediatra Dott. Vincenzo Calia

Il bambino “inappetente” non esiste.

Esiste spesso però un contrasto fra bambini e genitori: molti bambini mangiano meno (oppure mangiano in maniera diversa) di quello che i loro genitori vorrebbero che loro mangiassero. Si tratta di una differenza di punti di vista: mamma e papà credono che la quantità giusta di cibo sia quella che loro stessi preparano e offrono al figlio quando gli chiedono di sedersi a tavola, mentre lo stomaco del bambino ne vuole mangiare molto meno. Questo vale naturalmente per i bambini sani e normali, che rappresentano la stragrande maggioranza, quasi la totalità di tutti i bambini.

Nei conflitti sull’appetito è il bambino ad avere ragione.

Qual è la quantità giusta di cibo per un bambino? Quella che vorrebbe il genitore, oppure quella che il bambino stesso desidera? Dove sta scritto quanto "deve" esattamente mangiare un bambino? Non è forse vero che siamo tutti diversi uno dall'altro e anche fra di noi adulti c'è chi mangia più e chi mangia meno? Ci sono bambini che mangiano poco perché è di quel poco che hanno bisogno; cercare di forzarli a mangiare di più è un grave errore per almeno due motivi. Il primo è che è una battaglia persa: il bambino si rifiuterà sempre di mangiare quello che non gli va. Il secondo è che queste insistenze rendono il momento del pasto e il rapporto col cibo un incubo per tutti: la conseguenza è un rifiuto ancora più netto da parte del bambino.

L’appetito dei bambini cambia in continuazione.

Un neonato, per nutrirsi e per crescere, ha bisogno di “mangiare” ogni giorno una quantità di cibo (latte) pari a circa il 16% del suo peso corporeo. Se un adulto di 70 chilogrammi dovesse mangiare altrettanto, in proporzione, avrebbe bisogno di circa 11 chilogrammi di cibo al giorno. Nessuno di noi potrebbe riuscirci!
Lo stesso neonato, arrivato a due anni, cresce molto più lentamente di prima: il suo appetito diminuisce bruscamente e si accontenta di piluccare e raramente darà alla mamma (o ai nonni) la “soddisfazione” di farsi una bella mangiata.

Il rifiuto di certi cibi è un meccanismo di difesa.

Lo sappiamo tutti: i bambini detestano quasi sempre le verdure e il più delle volte non c’è Braccio di ferro che riesca a convincerli a mangiare gli spinaci. Vi siete chiesti perché? L’origine del disgusto per tutto quello che è verde va ricercato nella storia dell’umanità. Nei millenni passati i nostri antenati si nutrivano di quello che trovavano in natura: frutti, erbe, animali, pesci, bacche, radici. Molti vegetali sono però potenzialmente velenosi per gli esseri umani; e i vegetali in genere sono di colore verde. Gli adulti li conoscevano bene e li evitavano, ma i bambini, che all’epoca non erano così accuditi come oggi, portavano alla bocca e mangiavano quello che trovavano intorno a loro. Fortunatamente ce n’erano molti che diffidavano di ciò che era verde e così scansavano i pericoli di avvelenamento; gli altri finivano per intossicarsi e per morire. E così la Natura ha selezionato i bambini diffidenti verso le verdure, che hanno tramandato questo comportamento di generazione in generazione fino ai nostri giorni. Diventando grandi si diventa più saggi e non c’è più motivo di diffidare di quello che è verde: e così, crescendo, anche i bambini più schizzinosi imparano a mangiare di tutto.

Il vero problema è il troppo appetito.

È proprio come dice il proverbio: l’appetito viene mangiando. A furia di mangiare e provare cose nuove e saporite l’appetito si sviluppa e, talvolta, diventa eccessivo. E così gli stessi bambini che a 2 o 3 anni facevano impazzire i genitori quando chiudevano la bocca e si rifiutavano di mangiare quello che c’era in tavola (ma avevano quasi sempre ragione, perché si trattava di porzioni esagerate e non di mancanza di appetito), arrivati a 8 o 9 anni, quando ormai hanno imparato bene quali sono i cibi più gustosi e saporiti e ormai ne vanno ghiotti, cominciano a diventare rotondetti e spesso anche un po’ ciccioni. E questo non è un bene, perché comporta il rischio del sovrappeso e dell’obesità, malattie ormai molto diffuse dalle nostre parti.

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