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Perché non si contenta mai?

Perchè a volte i bambini possono essere sempre scontenti, anche se gli diamo tutto?

A cura della psicologa Dott.ssa Antonella Sagone

“Dopo tutto ciò che ho fatto per te mi pianti un capriccio?” A volte questa situazione di mancata contentezza ci esaspera.

Capita spesso: la mamma dedica tanto tempo al suo bambino, ai suoi bisogni, anzi, cerca di fare anche di più, ma non basta. Magari di creare un momento speciale, organizzando una passeggiata in un luogo bello, comprandogli un gioco che desiderava, preparando una torta o dei biscotti per fargli piacere. Ma invece di mostrare riconoscenza e di trasformarsi in un bambino appagato e sereno, a due o tre anni non si riesce ad accontentare il bambino che aumenta le sue richieste e diventa sempre più nervoso, incontentabile, insoddisfatto.
Possibile che non gli basti mai quello che facciamo per lui?

Si tratta di un sentimento di frustrazione molto forte che prova il genitore che sente di aver dato anche oltre le sue energie, tempo e attenzione. Tutto questo senza però avere un riscontro dei propri sforzi. Scatta allora il risentimento verso il bambino, che viene etichettato come capriccioso, volubile, incontentabile, ingrato.

Cosa succede in questi casi?
Ci sono molti aspetti che contribuiscono a far si che le interazioni fra il genitore e suo figlio prendano a volte una “brutta piega”.
In senso generale, il nocciolo del problema nasce da un mancato riconoscimento dei bisogni profondi: non solo quelli del bambino, ma anche dei propri, cioè del genitore. Viviamo in una cultura molto giudicante, che fa confronti e che rappresenta spesso in modo poco realistico la vita con un bambino piccolo. Altera le nostre aspettative e ci rende insicuri come genitori. Finiamo quindi per cercare conferme e riconoscimento dal bambino stesso, che però è molto piccolo e già alle prese con la gestione dei suoi bisogni e delle emozioni intense che ne seguono.

Tutti vorremmo vedere i nostri figli sempre felici ed appagati. Non solo perché ci dispiace vederli infelici, ma anche perché cerchiamo conferme della nostra abilità di genitori. Pensiamo che un bambino sereno, tranquillo e soddisfatto ne sia la prova lampante e necessaria.
In realtà, così come non esistono bambini perfetti e sempre sereni, allo stesso modo non esistono genitori perfetti, sempre calmi ed efficienti.
Molto spesso questo cercare il riconoscimento del nostro impegno nei “risultati” (avere un bambino perfetto o almeno contento) è proprio l’elemento che ci impedisce di mettere a fuoco quali sono gli effettivi bisogni del bambino in quel momento, ed “esserci” veramente per lui. La competenza di un genitore si misura in primo luogo sul modo in cui si approccia a suo figlio, se è connesso ai propri sentimenti e a quelli del bambino. Non sempre riuscirà ad “aggiustare” ciò che turba il suo bambino ma questo non fa di lui o lei un cattivo padre o una cattiva madre. La cosa essenziale è che questo genitore sia presente e non lasci il bambino solo dal punto di vista emotivo nei suoi momenti “no”. Ad esempio quando non sa nemmeno lui bene cosa ha, ma è stanco, spaventato da qualcosa, bisognoso semplicemente di contatto, di essere “riconosciuto” e contenuto emotivamente.

A volte insomma non è necessario organizzare per il bambino qualcosa di speciale. Basta solo stare con lui e mettersi in ascolto, verbalizzare i sentimenti del bambino (“sei stanco? Vorresti un po’ di coccole? Sei arrabbiato perché non riesci a usare le costruzioni? Sei triste perché sta piovendo?”) in modo da farlo sentire compreso. Ed ecco che la tensione si allenta. Anche se non si raggiunge quella perfetta serenità da fiaba, si innesca un circolo virtuoso che aiuta a trovare la strada per rispondere ai bisogni del bambino in modo più efficace.

Questo aiuta l’adulto a ricercare la conferma della sua competenza attraverso una visione di insieme del suo operato, piuttosto che nelle reazioni immediate o negli alti e bassi di umore del bambino. Ricordiamoci che è pur sempre un bimbo piccolo, e ai primi passi non solo dal punto di vista fisico ma anche da quello emotivo.

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