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L’ansia da prestazione nei bambini

Cosa accade quando rinunciano perché “non sono capaci”

A cura della psicologa Dott.ssa Antonella Sagone

A volte i genitori si preoccupano perché il loro bambino appare timido, titubante, di fronte a un compito nuovo o a un confronto o una competizione, scolastica, sportiva o nella vita di tutti i giorni.
Si tira indietro, rinuncia senza provare o dichiarando di “non essere capace”.
La reazione dell’adulto e dei genitori in questo caso in genere è quella di cercare di incoraggiare il bambino, di infondergli fiducia in sé stesso dicendo che non è vero che non sia capace, o spronandolo più o meno decisamente a cimentarsi della prova che ha di fronte.
Si chiedono anche se si tratti di una fragilità o debolezza “innata” o di qualche errore loro commesso nell’educazione del bambino, e intorno ai genitori ci sono sempre tante persone pronte a criticare e puntare il dito su presunti errori che abbiano causato questa situazione.

Ma molto di questo atteggiamento del bambino, che si può definire “ansia da prestazione”, non dipende dal suo carattere ma proprio da chi gli sta intorno! In altre parole, l’ansia è direttamente proporzionale alle aspettative che gli altri hanno verso di lui. È proprio il fare pressione, incitare, spronare ad essere il migliore e anche il rassicurare sul fatto che il bambino sia all’altezza, a far precipitare il piccolo nell’ansia da prestazione, perché sa che se non riuscirà a fare ciò che gli si chiede, le persone a cui tiene (i genitori, le maestre ecc.) saranno deluse e non l’apprezzeranno, a scuola come nello sport.
I bambini hanno bisogno di essere accettati ed accolti per ciò che sono, senza se e senza ma, senza condizioni, anche quando non sono “bravi, belli o buoni” come l’adulto vorrebbe.
Se a scuola o a casa si insiste a stimolare la competizione e fare paragoni, mostrando che c’è chi è più bravo e chi no, chi riesce e chi non è capace, il bambino avrà paura di essere fra i non capaci, e quindi di essere meno amato. È proprio questa paura che paralizza. Dirgli che non è vero, che lui è più bravo, non aiuta affatto, ma anzi gli fa capire che la sua mamma o il suo papà, o la maestra ecc, non accolgono i suoi sentimenti e non approvano la sua insicurezza, anzi negano la sua difficoltà.
Non è nemmeno una questione di motivazione. Se un obiettivo è interessante per sé, se stimola la curiosità, il bambino non ha bisogno di venire spronato per perseguirlo. Essere apprezzati o lodati non è un buon incentivo per fare le cose, e spegne curiosità e interesse sostituendoli con l’ansia di riuscire e la paura di fallire.
Ma perché è così importante per gli adulti che un bambino “riesca” in certi obiettivi, già così piccolo? Viviamo in un mondo competitivo, ma nonostante ciò e anche per questo motivo, è importante per prima cosa costruire una solidità affettiva nel bambino, un suo senso di adeguatezza basato sull’apprezzamento incondizionato dei suoi cari.

Ci sono bambini più prudenti e timidi, e altri più spavaldi o addirittura avventati nel loro lanciarsi nelle imprese più rischiose; e una certa impronta caratteriale non si cambia. Ma il livello di sicurezza interiore e quindi di fiducia, autostima, senso di competenza può essere nutrito dall’apprezzamento ed accettazione del genitore, e il bambino, sapendo che sarà comunque amato e apprezzato per i suoi sforzi a prescindere dal risultato, finirà per ottenere di fatto risultati migliori di un altro che sia invece stato spronato e tenuto sotto pressione. Mentre lo stress inibisce il comportamento esplorativo e aumenta l’insicurezza, i comportamenti di fuga o di aggressività, il conforto di un amore incondizionato rilassa il bambino, toglie l’eccessivo investimento emotivo sui risultati e lo rende più propenso a sperimentare ed esplorare le sue capacità senza timore.

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