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Si può insegnare ai bambini a dormire?

Il bambino crescendo assume ritmi diversi sonno - veglia che vanno rispettati perché nei primi mesi non dorme tutta la notte ma segue esclusivamente i suoi bisogni fioslogici.

A cura della psicologa Dott.ssa Antonella Sagone

Il neonato non ha che poche settimane, eppure i genitori si sentono già chiedere, riguardo al loro bambino: «Dorme la notte?». I risvegli frequenti del bambino anche nei primi mesi di vita vengono a volte definiti addirittura “insonnia”, in analogia a quanto avviene nell’adulto. Eppure questa convinzione che il bambino debba dormire per lunghi intervalli fin dalla più tenera età non ha riscontro nella fisiologia.

I risvegli frequenti nei primi due o tre anni sono un fenomeno così universale che va definito in larga misura normale: il sonno nei bambini ha infatti caratteristiche diverse da quelle del sonno adulto. Anche l’adulto si sveglia più volte durante la notte, ma il suo sistema nervoso maturo gli consente di riprendere sonno facilmente. Il problema dei bambini, specialmente nei primi mesi di vita, non sono i risvegli, ma il fatto che faticano a riaddormentarsi; cercano perciò la presenza rassicurante di mamma e papà, che permette loro di rilassarsi e ritrovare il sonno. Tutto questo ha perfettamente senso dal punto di vista biologico, dato che il bambino umano è così indifeso e non è programmato, come specie, per passare la notte lontano dalla protezione dei suoi genitori. La condizione di stare da solo, al buio, scatena nel bambino una risposta di allarme, lo stato neurocomportamentale che si chiama in gergo tecnico “combatti o fuggi”: cioè uno stato di allerta e stress che lo predispone a difendersi dai predatori chiamando a gran voce protezione (proprio l’esatto contrario del rilassamento che occorrerebbe per prendere sonno!).
 
L’idea che si possa insegnare ai bambini a dormire si basa su un grosso equivoco di fondo: infatti dormire non è un comportamento, ma uno stato di coscienza determinato dai cicli sonno - veglia del sistema nervoso. Il comportamento riguarda ciò che il bambino fa quando si sveglia, ed è questo che i sistemi di training notturno insegnano: insegnano a non chiedere aiuto ai genitori per riaddormentarsi.
 
I bambini tendono comunque a dormire tutta la notte quando crescono, che si sia o no applicato un metodo per “insegnare a dormire”. Certo, accudire il bambino la notte è faticoso per i genitori, che sono poi costretti ad alzarsi comunque presto per gli impegni quotidiani; ma non dura per sempre. Un pronto accudimento notturno minimizzerà le interruzioni, i pianti e permetterà a tutta la famiglia di riprendere sonno più rapidamente. Insomma il problema dei risvegli notturni è una questione pratica più che educativa, che non ha una soluzione standard per tutti, ma per la quale ogni famiglia deve organizzarsi secondo ciò che è più facile e comodo per sé.
Non c’è nulla di sbagliato o dannoso nel seguire l’istinto di genitori e coccolare i bambini, star loro vicini, rassicurarli e accompagnarli nel riprendere sonno: non solo se hanno un problema fisico, ma anche semplicemente perché è un bisogno emotivo che va compreso e a cui va risposto. Non c’è rischio di dare “cattive abitudini”: maggiore è la sicurezza che s’infonde al bambino nei primi anni, maggiore sarà più avanti la sua capacità di indipendenza.

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