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Piange, perché? E cosa devo fare?

Quando un bambino piange non ci si deve allarmare... è normale!

A cura della psicologa Dott.ssa Antonella Sagone

Un bambino che piange suscita attenzione da parte degli adulti, soprattutto della mamma

Gli adulti non dovrebbero ignorare il pianto di un bambino, il piangere è un segnale di disagio o malessere. La mamma con l’esperienza e l’intuizione può risolvere nel modo migliore.

Un bambino che piange suscita sempre emozioni intense, e l’istinto di accorrere e fare qualcosa. Ci sentiamo impotenti di fronte a questi piccolini che non sanno spiegarci a parole il loro disagio, e non sempre noi genitori riusciamo a capire. Si tratta di un’esperienza terribilmente stressante per una mamma: oltre a soffrirne, spesso  teme di stare facendo qualcosa di sbagliato, e a volte subisce anche critiche e consigli non richiesti. Ma non tutto dipende da lei, e ascoltare il bambino e il proprio istinto, essere vicino a lui, coccolarlo, anche se il pianto continua, è sempre meglio che lasciarlo solo col suo disagio. L’intuizione della mamma e la sua conoscenza del bambino la può guidare a fare, se non l’azione che risolve il problema, almeno ciò che lo fa stare meglio.

 I motivi più frequenti per cui un bambino piange sono la fame, il sonno, il bisogno di contatto umano e di attività. Poi vi possono essere innumerevoli altre cause fisiche o psicologiche, molte delle quali fanno parte delle situazioni normali nella vita dei neonati.

Spesso si sente dire che il bambino piange perché “è furbo” e cerca in questo modo di attirare l’attenzione o di ottenere qualcosa, e che occorre educarlo a non comportarsi così. Ma il pianto non è un comportamento in sé, ma il segnale di un disagio e di un bisogno che va compreso, e che spesso è cominciato molto prima che il pianto iniziasse.

 Non è educativo lasciar piangere il bambino: il pianto è un’esperienza che pone il bambino in uno stato di stress psicofisico, durante il quale è disorientato e incapace di apprendere. Se il suo pianto non riceve risposta, sperimenterà la frustrazione di non avere alcun effetto sul suo ambiente e sulle persone accanto a lui. A seconda del suo carattere, potrà adattarsi a non chiedere aiuto quando ne ha bisogno, oppure imparare a strillare ancora più forte.

 I bambini, come gli adulti, rispondono meglio alla gentilezza che all’essere ignorati. Se si risponde ai bisogni del bambino prima che inizi a piangere, lo si incoraggerà a comunicare in modo più articolato, e questa è la strada che porta poi al linguaggio. Il modo ideale per calmare il bambino è comprendere e andare incontro al suo bisogno. Come genitori, non sempre indoviniamo: procediamo spesso per prove ed errori. Per fortuna, però, quando si scopre che la strategia usata non funziona o crea disagio, è possibile modificare il proprio approccio e recuperare.

 Anche senza ben comprendere sul momento, ci sono cose che un genitore può fare come “primo soccorso”. Per prima cosa, prendere il bambino in braccio: spesso questo è sufficiente a calmarlo e permettergli di ritrovare l’equilibrio. Poi si può provare a soddisfare il suo bisogno di nutrimento o di suzione. Non si “vizia” un bambino dandogli a volontà calore, contatto e nutrimento: un accudimento affettuoso e pronto nei primi mesi lo aiuta a costruire la sua sicurezza affettiva e il suo equilibrio, rendendolo maggiormente capace di emanciparsi quando sarà più grande.

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