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I primi passi di un bambino

Come aiutare il bambino a camminare.

A cura della psicologa Dott.ssa Antonella Sagone

Succede spesso. Il piccolo equilibrista si sta avventurando per le scale, o su un albero, o semplicemente sta correndo. Sembra abbastanza sicuro di sé, ma l’adulto suda freddo, tremando ad ogni passo incerto, guardando quelle manine minuscole appena appoggiate al corrimano, sussultando ogni volta che il suo equilibrio, conquistato da così poco tempo, vacilla.

Nessuno vuole vedere il proprio bambino cadere e farsi male, anche se qualche volta questo è inevitabile e, un una certa misura, anche necessario, in situazioni a basso rischio, per far sì che il bambino acquisti abilità nel muoversi e conosca bene i propri limiti fisici. Compito del genitore è, come sempre, accompagnarlo in modo da minimizzare i rischi più grandi, ma lasciandolo osare quel poco che serve a lui per imparare: aiutandolo insomma “a fare da solo”.

 

Ci sono, ovviamente, anche aspetti legati al carattere, per cui alcuni bambini sono più prudenti nel muoversi, e altri sono dei temerari; certi si lanciano a capofitto a provare cose nuove, e altri invece hanno bisogno prima di studiare bene la situazione, di fare un passo per volta, prima di rischiare a provare. Non sempre è facile stare semplicemente a guardare. Certe volte si diviene impazienti con il bambino titubante e lo si incoraggia a tentare di più; altre volte sfugge di bocca qualche invito alla prudenza per il piccolo scavezzacollo: «Non correre, cadi!» «Scendi da lì, è pericoloso!» «è troppo alto per te, non puoi farlo!».

Come in una profezia che si auto-avvera, tuttavia, queste parole, invece di rendere i movimenti del bambino più saldi, generano quell’incertezza che alla fine li fa davvero cadere.

è una situazione classica il fatto che i bambini si sentano più sicuri se l’adulto che è con loro non si mostra ansioso.

 

Quello che i genitori possono fare è prima di tutto mostrarsi fiduciosi che il proprio figlio, se lasciato tranquillo, farà le cose non appena si sentirà in grado. Fare pressione, mettere fretta, criticare e sollecitare un bambino a fare azioni di cui ha paura, non l’aiuterà ad essere più coraggioso. Se ad esempio gli si dice: «Ma di cosa hai paura, vedrai che è facile», mentre a lui sembra difficile, per cui esita, l’esortazione lo farà solo sentire più incapace e un po’ sciocco… ma non gli darà coraggio. Se invece, vedendolo esitare, gli farà capire che lo si comprende, ad esempio dicendo: «Ti piacerebbe molto fare questo scivolo, ma non sei sicuro di riuscirci, ti sembra molto alto», il bambino si sentirà capito, e capirà che va bene sia se ci prova, sia se non ci prova. Insomma si rilasserà. A quel punto il genitore potrà dire, ad esempio: «Ti va di provarci piano piano mentre io ti tengo la manina?»

Allo stesso modo, il genitore del bambino temerario potrà impegnarsi a dare a suo figlio qualche lezione pratica su come muoversi in modo più sicuro, guardando dove si corre, usando mani e piedi per aggrapparsi correttamente (ad esempio la regola del tre: abbiamo due mani e due piedi, quando ci si arrampica ci devono sempre essere una sola mano o piede sollevato e le altre tre estremità devono avere appoggio).

In questo modo il bambino potrà provare con i suoi tempi, e un po’ alla volta lasciarsi andare via via che si sente sicuro.

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