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Ritmi e routine nella vita di un bambino

Il bambino ha bisogno di punti di riferimento ma è un errore pensare che risiedano nei luoghi, oggetti, e ore dalla routine quotidiana.

A cura della psicologa Dott.ssa Antonella Sagone

Molte volte i genitori leggono e ascoltano, sui Media o su alcuni manuali, quanto sia importante per un bambino avere la giornata scandita da una routine precisa in cui ambienti, ritmi, orari, attività, gesti ed oggetti siano sempre costanti, prevedibili e si ripetano in modo uniforme. La ragione di questa necessità viene spiegata come un bisogno di sicurezza e di punti fermi, suggerendo che il bambino che vede cambiare intorno a sé le situazioni si potrebbe sentire disorientato e spaventato.
Inoltre si sostiene che la routine sia uno strumento fondamentale per “abituare” il bambino a certi modi di essere, schemi, ritmi e comportamenti, attraverso la ripetizione degli stimoli e a costo di forzarlo alle situazioni decise dall’adulto.
Non è sbagliato dire che il bambino nella sua vita ha bisogno di punti di riferimento certi, di coerenza, di determinate certezze: tuttavia l’errore è pensare che questi punti fermi risiedano nei luoghi, negli oggetti, nelle ore scandite dalla routine quotidiana. La certezza di cui il bambino ha bisogno è sapere che i suoi mutevoli bisogni siano compresi e soddisfatti, e che lui non sarà solo ma ci sarà sempre qualcuno al suo fianco. In una parola, l’unica costante necessaria al bambino è la presenza della mamma, o di un’altra figura amorevole accanto a lui.

Il bambino nasce già con un corredo di reazioni istintive, che lo portano a piangere quando ha fame, è stanco o ha bisogno di contatto. Il pianto, il dormire, i momenti di attività non sono dei comportamenti, ma degli stati emotivi e fisici che si manifestano in concomitanza con un determinato bisogno. Il bambino non prende l’abitudine a cercare la mamma, succhiare il seno o chiamare quando si sveglia la notte: nasce già così. Semmai, questi comportamenti istintivi possono estinguersi se non ricevono risposta, e così ecco che il bambino smette di piangere la notte o di cercare la mamma. E impara a sostituire la risposta naturale, che il suo istinto si aspetta, con dei simulacri, aggrappandosi con maggiore intensità a certi punti fermi, a certe routine: il lettino, la lucina, l'orsacchiotto, così come gli adulti smarriti si aggrappano alla sigaretta o a quel particolare portafortuna che portano sempre con sé... non è abitudine, è un rituale difensivo.

In realtà, è un rovesciamento logico sconcertante quello della nostra cultura, che considera il bisogno del seno materno, del contatto e della presenza dell’adulto come una forma di dipendenza, e invece l’attaccamento ai rituali e agli oggetti sostitutivi, il ciuccio, l’orsacchiotto, come il segno di un’avvenuta maturazione e una conquista verso l’indipendenza.

Queste dipendenze dai rituali, in realtà, finiscono con l’intrappolare non solo i bambini, ma anche i genitori, che si trovano costretti a stare a casa a quella data ora, col bambino che non dorme se non in quelle condizioni, legati anche loro a lettino, cameretta, orsetto... mentre la mamma che ha sempre risposto al bisogno fondamentale del bambino di essere presente, a prescindere dai momenti e dalle situazioni, può andare con lui dove vuole, a qualsiasi orario: il suo bambino dormirà quando ha sonno e mangerà quando ha fame, ovunque ci si trovi, perché c'è l'essenziale: la sua mamma.

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