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Socializzare: come e quando?

Come aiutare il bambino piccolo a socializzare con gli altri

A cura della psicologa Dott.ssa Antonella Sagone

Spesso ai genitori di un bambino ai primi passi viene posto il dilemma di come offrire al piccolo occasione di socializzare. Come tanti altri aspetti legati allo sviluppo psicologico e sociale, anche questa esigenza nasce in realtà da una carenza della nostra società, che non offre facilmente, e in modo naturale, queste occasioni di esperienza sociale ai bambini. Non viviamo più in famiglie allargate che a loro volta facevano parte di comunità più ampie, come il villaggio, in cui i bambini potevano raggrupparsi liberamente fra loro e formare piccole comunità di gioco relativamente indipendenti. In questi gruppi di “pari”, i più piccoli imparavano le regole dello stare in gruppo, e come interagire con gli altri, dall’esempio dei grandi, in modo orizzontale e spontaneo, mentre i più grandicelli cominciavano a sperimentare la responsabilità, prendendosi cura dei piccini e accrescendo la propria autostima.

Oggi le famiglie sono nucleari, e spesso il bambino è anche figlio unico; e così è il genitore che deve cercare attivamente di porre il bambino in situazioni che ricreino, almeno in parte, quell’ambiente sociale naturale che oggi è venuto a mancare. Spesso la soluzione che viene prospettata ai genitori è portare il bambino al nido, in modo che possa imparare in quell’ambito a socializzare con gli altri bambini. Certamente la situazione del nido è spesso piuttosto differente da quella del villaggio, in cui la mamma, anche se non presente fisicamente accanto al bambino, era facilmente reperibile in caso di bisogno, e il gruppo dei bambini presentava un assortimento di età che nell’attuale organizzazione della maggioranza dei nidi e materne è venuta a mancare, dato che le classi sono formate per gruppi molto omogenei di età.
Pertanto, quanto questa soluzione sia adeguata ad agevolare il processo di socializzazione del bambino, dipende da più fattori: l’età e la maturazione affettiva del bambino, e l’organizzazione del nido stesso. Infatti, se il bambino non è pronto a un’esperienza di separazione prolungata, lo stress dell’ansia di separazione potrebbe ostacolare ogni intento sociale: quando si è spaventati o in ansia, infatti, non si è nelle condizioni emotive adatte per apprendere o sperimentare cose nuove.
D’altra parte, alcuni bambini gradiscono passare alcuni momenti della giornata al nido, specie se l’inserimento è stato fatto in modo graduale, il numero dei bambini del gruppo è basso, il clima è sereno, le educatrici sono affettuose ed è possibile avere un’interazione tranquilla con un bambino per volta o con un adulto per volta

Altre valutazioni vanno fatte in base all’età del bambino. A 18 mesi il bambino può non è è essere ancora abbastanza grande da “socializzare”: comincia ad interagire con altri bambini ma in modo discontinuo e senza veramente le competenze relazionali che gli permetteranno, più grande, di giocare insieme, condividere regole sociali, affrontare i conflitti, contrattare e trovare un accordo, proporre, accettare o rifiutare gli approcci degli altri bambini, condividere i giocattoli, eccetera; ma per il momento l’esperienza di relazione con i coetanei è solo preparatoria alla competenza sociale.

In conclusione, l’inserimento al nido è un momento importante nella vita di un bambino e, mentre è necessario che sia valutato dai genitori soppesando attentamente pro e contro, non può essere solamente giustificato da un intento di “socializzazione”.

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